Hikikomori: quando la relazione passa dagli animali
di Francesca Mugnai
Si parla spesso di “Hikikomori“, una sindrome che colpisce in particolare i giovani maschi tra i 14 e i 30 anni, caratterizzata da isolamento dalla vita sociale. Il fenomeno è aumentato durante e dopo la pandemia. Ora un progetto finanziato dal Programma Erasmus+ dell’Unione Europea chiamato “Reconnected” (link articolo Nazione) punta alla prevenzione del ritiro sociale giovanile e dell’abbandono scolastico precoce. Con capofila il Consorzio Co&So e la partecipazione dell’Associazione Hikikomori Italia, coinvolge la Toscana.
Un progetto interessante, anche perché punta i riflettori su un fenomeno sempre più diffuso, ma difficile da interpretare fino a che non diventa patologico.
Ne avevo parlato qualche tempo fa anche in un’intervista rilasciata alla giornalista del quotidiano Il Mattino.
Sempre più spesso, nel mio lavoro clinico, incontro ragazzi che vivono una condizione di ritiro sociale profondo. In questi casi, gli Interventi assistiti con gli animali possono rappresentare una risorsa terapeutica preziosa.
La relazione che si crea tra giovane uomo e animale è una relazione gentile. È leggera, spontanea, priva di giudizio. Inserito all’interno di una progettualità terapeutica, riesce spesso ad aprire una breccia di dialogo non verbale che tra esseri umani, in quel momento, è difficile se non impossibile creare. È una relazione che non chiede presenza, non pretende performance sociali, e proprio per questo risulta significativa.
L’animale come ponte terapeutico
È importante ricordarlo: l’isolamento di questi ragazzi non è una scelta, ma una patologia. Non è il rifiuto del mondo, ma l’impossibilità di starci dentro in modo sereno e sicuro. L’ansia sociale, il timore del giudizio e il senso di inadeguatezza rendono ogni contatto una fonte di sofferenza.
Gli interventi assistiti con gli animali facilitano l’approccio terapeutico soprattutto quando il paziente non mostra una collaborazione spontanea. L’animale diventa un mediatore emotivo: attraverso il legame che si crea, è possibile costruire un canale di comunicazione triangolare tra ragazzo, animale e terapeuta. Questo favorisce una partecipazione più autentica, autodeterminata e creativa.
Benefici emotivi, comunicativi e di autonomia
I benefici riguardano sia la sfera emotiva e cognitiva sia il rilancio graduale delle autonomie. Un aspetto centrale è quello comunicativo: superando il solo linguaggio verbale, l’animale permette di attivare canali di dialogo alternativi, spesso più accessibili. Poiché il ritiro sociale è fortemente legato all’ansia sociale e a frequenti sbalzi di umore, la relazione con l’animale può svolgere anche una funzione di stabilizzazione emotiva e favorire la costruzione di un legame di attaccamento sicuro.
Vergogna, ritiro e bisogno di sicurezza
Le difficoltà maggiori nei percorsi terapeutici riguardano l’area relazionale e quella delle autonomie. Il primo passo è comprendere profondamente la sofferenza del ragazzo e del sistema familiare. Per questo, in molti casi, è necessario prevedere interventi domiciliari, che consentano di agganciare la relazione e introdurre un lavoro psicoeducativo.
Spesso questi ragazzi – prevalentemente maschi, adolescenti o giovani adulti – sviluppano un forte senso di vergogna e di inadeguatezza che li porta a disinvestire progressivamente nelle relazioni, a partire da quelle familiari. Si crea così un circolo chiuso di rifugio e solitudine. Farli sentire al sicuro è complesso, ma possibile, attraverso un’alleanza terapeutica graduale e costante, anche grazie alla presenza dell’animale. La cura, l’accudimento, il semplice uscire lentamente fuori dalle mura domestiche diventano piccoli ma fondamentali passi per riavvicinarsi al mondo.
Il ruolo fondamentale della famiglia
Il lavoro dell’équipe deve coinvolgere l’intero contesto di vita del giovane. L’alleanza con la famiglia è essenziale, a partire dai genitori, che vanno ascoltati e accompagnati nella rilettura della storia del figlio. È importante distinguere tra una fase critica evolutiva e una vera e propria patologia, che presenta caratteristiche psico-comportamentali precise e richiede interventi strutturati.
Esistono animali “giusti” per l’hikikomori?
Per quanto riguarda la scelta degli animali, non esistono specie o razze giuste per una specifica patologia. Alcuni animali hanno una maggiore predisposizione al lavoro terapeutico, ma ciò che conta davvero è il loro carattere, insieme a quello della persona con cui entrano in relazione. Anche la simpatia che nasce nell’incontro ha un peso rilevante.
Negli stati emotivo-depressivi, l’animale ideale è calmo, contenitivo, capace di promuovere il sorriso e trasmettere tranquillità: il cane, in questo senso, è spesso un valido alleato. Anche il gatto, simbolo di libertà e creatività, può essere indicato nei disturbi depressivi e psichiatrici. Il cavallo trova riscontri importanti in situazioni di forte stress psico-emotivo, mentre l’asino, per la sua indole mansueta e gentile, è particolarmente adatto a ragazzi con difficoltà psichiche o di socializzazione.
Quando è l’incontro a fare la differenza
In fondo come accade anche nelle relazioni umane, non è l’animale in sé a fare la differenza, ma l’incontro. E quando l’incontro è rispettoso, lento e autentico, può diventare l’inizio di un ritorno al mondo.
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