“La sua coda andava a mille”. Una riflessione sul lutto collettivo
di Francesca Mugnai
L’addio a Galileo, ha suscitato forti emozioni collettive e ha avuto anche una rilevanza mediatica, come lui e tutti gli animali che prestano un servizio importante al fianco dell’umano merito.
Estrapolo una parte dell’intervista con la giornalista Marianna Grazia per il quotidiano online Luce del Gruppo QN per lanciare uno spunto di riflessione sul lutto collettivo legato alla morte di un animale come Galileo e come altri cani.
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Dottoressa Mugnai, Galileo era considerato a tutti gli effetti un membro attivo e un collega in Antropozoa: come si elabora la perdita di un partner così centrale per l’identità dell’associazione?
“Il legame si crea fin da subito. Secondo il nostro modello, i cuccioli, a partire dai circa 70 giorni di vita, crescono in coppia con gli operatori, condividendo la quotidianità con il proprio umano. È un rapporto che nasce dalle basi, dai primi passi insieme, e che si costruisce giorno dopo giorno. Proprio per questo, la memoria condivisa diventa allo stesso tempo una risorsa e un limite nell’elaborazione della perdita. È una risorsa perché consente di accedere ai ricordi e a ciò che il cane ha lasciato: nel caso di Galileo, competenze, esperienze e contributi importanti all’interno del gruppo di lavoro e degli studenti che formiamo. Ma è anche un limite, perché la sua unicità lo rendeva straordinario: una perdita che, proprio per questo, non può essere colmata”.
Galileo era un riferimento pubblico per il Meyer e le scuole: come si gestisce l’impatto psicologico della sua assenza sui pazienti, anche molto piccoli, con cui operava?
“Il legame tra persona e animale può essere estremamente completo e intenso. Galileo è stato, a tutti gli effetti, un operatore dell’ospedale, portando qualcosa di molto diverso rispetto ad altri cani. Quando si parla della morte di un animale, entrano in gioco i concetti di finitezza e completezza, che spesso sono difficili da elaborare. Tuttavia, oggi il lutto per un animale è riconosciuto anche a livello diagnostico dalla comunità psicologica e psichiatrica, proprio per l’intensità della relazione. La perdita non va negata. Va affrontata e, in qualche modo, anche onorata: ciascuno può farlo a modo proprio, attraverso ricordi, oggetti, momenti di commemorazione, persino una piccola tomba. Soprattutto con i bambini, è importante non nascondere la morte dell’animale: negarla può generare fantasie o forme di ansia. Affrontarla, invece, è il modo più sano di stare dentro questa esperienza”.
Dal punto di vista clinico, come si colma il “vuoto tecnico” lasciato da un mediatore relazionale?
“Quel vuoto non si colma. Non si tratta di sostituire. Galileo aveva una grande energia, una straordinaria capacità di sintonizzazione e una disposizione caratteriale unica. Era in grado di sincronizzarsi con chi aveva davanti senza passare da costruzioni razionali. Più che una lacuna da riempire, è un pezzo che manca e che resterà tale, esattamente come accade per i legami umani significativi”.
La morte di Galileo ha generato un lutto collettivo: questo evento può spingere le istituzioni e la società a riconoscere finalmente la dignità dei legami interspecie nel settore del welfare?
“Le esperienze, sia internazionali sia locali, ci mostrano chiaramente che il legame uomo-animale è una relazione emotiva e relazionale potente. Ha luci e ombre. Le luci stanno nella sua intensità e nella sua durata: è una relazione di attaccamento che merita di essere riconosciuta anche a livello sociale, politico e di welfare. Allo stesso tempo, bisogna evitare una deriva strumentale: l’animale non può diventare l’unica categoria relazionale dell’esistenza di una persona, né può essere caricato eccessivamente di proiezioni umane. Per alcune persone, è vero, la relazione con l’animale è l’unica sostenibile, e questo va protetto. Spesso proprio da lì si costruisce un aggancio anche alla relazione con gli altri, soprattutto con bambini, adolescenti in difficoltà e anziani. Ma il cane non deve diventare una “sentinella” della salute umana. È fondamentale che questo rapporto sia supervisionato, e qui il ruolo del veterinario – anche nella sua funzione sociale – è centrale”.
Quanto è delicato per voi di Antropozoa bilanciare la formazione professionale di un cane con la tutela del suo benessere emotivo fino alla fine della sua carriera?
“È un equilibrio molto delicato. Gli Interventi Assistiti con gli Animali si svolgono all’interno di setting e luoghi di cura che sono complessi già per le persone, e lo sono ancora di più per gli animali. Il bilanciamento non dipende solo dalla qualità della vita del cane, ma anche dalla sua personalità, da quella del conduttore, dal progetto e dal contesto in cui opera. I cani non sono nati per lavorare in setting terapeutici. Tuttavia, l’evoluzione della relazione uomo-animale ci ha dato questa possibilità, che va utilizzata con intelligenza. È importante ricordare che l’animale non è semplicemente un “compagno di terapia”, ma un compagno di esistenza. Dal punto di vista etico, il suo benessere deve sempre venire prima. E va anche detto con chiarezza: la pet therapy non è una panacea e non è adatta a tutti, né agli umani né agli animali, nonostante i percorsi educativi”.
Qual è l’eredità che un “professionista” come Galileo lascia alla ricerca scientifica sugli Interventi Assistiti e come influenzerà il vostro modo futuro di intendere la pet therapy?
“Galileo, all’interno del nostro team, ha in qualche modo ‘rotto’ il modello più classico, basato su socievolezza, prevedibilità e tolleranza. Con la sua fisicità – circa 40 chili –, la sua prossemica intensa, i movimenti marcati e un coinvolgimento emotivo continuo, ci ha insegnato che il cane deve portare la propria personalità all’interno della relazione. E questo non è un limite, se avviene in accordo con il conduttore e nel rispetto del setting. Ha ridefinito il nostro modo di pensare: anche in contesti complessi, un cane attivo, gioioso, fortemente espressivo può diventare un potente attivatore emotivo. Galileo ha generato veri e propri risvegli emotivi, mostrando una grande capacità di tollerare le contraddizioni dei contesti terapeutici e di abitarli in modo autentico e creativo. La sua eredità è proprio questa: la capacità di stare nella relazione con fantasia, leggerezza e verità”.






