Essere genitori senza avere tutte le risposte
Essere genitori significa spesso prendere decisioni mentre si è ancora alla ricerca di una risposta. Si prova a capire che cosa sia giusto per un figlio mentre lui cresce, cambia, attraversa fasi diverse e, inevitabilmente, mette in discussione equilibri che sembravano ormai consolidati. Eppure, intorno alla genitorialità continua a esistere un’aspettativa silenziosa: quella di dover sapere sempre che cosa fare.
Come se diventare genitori significasse ricevere, insieme alla nascita di un figlio, anche un manuale di istruzioni.
Quel manuale, naturalmente, non esiste.
E forse è una fortuna.
Il genitore perfetto non esiste
Ogni figlio è diverso e anche lo stesso bambino cambia nel tempo. Ciò che ieri funzionava può non funzionare più oggi. Una regola che sembrava necessaria può diventare troppo rigida, una modalità di presenza che era rassicurante può essere vissuta, qualche anno dopo, come un’invasione.
Crescere un figlio significa anche imparare continuamente a cambiare insieme a lui.
Il problema nasce quando l’immagine del genitore paziente, disponibile, coerente, comprensivo e sempre capace di trovare le parole giuste diventa un modello con cui confrontarsi. A quel punto è facile sentirsi inadeguati.
I social, con le loro famiglie apparentemente sempre sorridenti, organizzate e consapevoli, non aiutano. Ci mostrano spesso il risultato, molto raramente la fatica che lo precede. Così possiamo finire per pensare che gli altri sappiano fare i genitori meglio di noi.
Ma il genitore perfetto non esiste. Ed è bene che sia così.
Un bambino non ha bisogno di un adulto che non sbaglia mai: ha bisogno di qualcuno che sappia esserci, che provi a comprenderlo e che, quando sbaglia, abbia la possibilità di tornare nella relazione.
Quando arriva il senso di colpa
“Avrei dovuto fare diversamente”. “Ho sbagliato tutto”. “Se fossi stato più presente, forse non sarebbe successo”.
Il senso di colpa accompagna spesso la genitorialità. Può essere doloroso, ma non sempre è un nemico. A volte racconta proprio quanto ci importa dell’altro e quanto desideriamo prendercene cura.
Diventa problematico quando prende tutto lo spazio e non ci permette più di guardare con lucidità ciò che sta accadendo.
Sentirsi in colpa non significa necessariamente essere un cattivo genitore. Può diventare, invece, un’occasione per fermarsi e chiedersi: che cosa posso comprendere da quello che è successo? Che cosa posso fare diversamente?
La differenza è importante. Il senso di colpa può immobilizzare oppure aprire una domanda.
La domanda non è sempre “che cosa ha mio figlio?”
Quando un bambino o un adolescente attraversa un momento di difficoltà, la prima domanda che spesso ci poniamo è: “Che cosa gli sta succedendo?”.
È una domanda importante, ma a volte non è sufficiente.
Un comportamento difficile, una chiusura, una forte opposizione o un conflitto possono raccontare qualcosa che riguarda il singolo figlio, ma possono anche essere espressione di una fatica che attraversa le relazioni familiari.
Bisogna spostare lo sguardo. Non soltanto “che cosa ha mio figlio?”, ma anche “che cosa sta succedendo tra noi e intorno a noi?”
Non per cercare colpevoli, ma per provare a comprendere.
Una famiglia è un sistema di relazioni e ogni cambiamento di una persona inevitabilmente modifica, almeno in parte, l’equilibrio degli altri. A volte il comportamento che più ci preoccupa è anche il modo attraverso cui qualcosa sta cercando di essere comunicato.
Crescere significa cambiare distanza
Una delle cose più difficili per un genitore è accettare che la relazione con un figlio non rimane mai uguale.
Ci sono momenti in cui il bambino ha bisogno di essere molto vicino e altri in cui comincia a chiedere spazio. Ci sono età in cui le regole devono essere molto chiare e altre in cui devono diventare oggetto di confronto. Ci sono momenti in cui serve proteggere e altri in cui è necessario lasciare provare, anche correndo il rischio che qualcosa non vada come avevamo immaginato.
La genitorialità richiede continuamente di modificare la distanza.
E non sempre è facile capire quale sia quella giusta.
Forse è proprio questa una delle ragioni per cui essere genitori può essere così faticoso: non esiste una posizione definitiva dalla quale osservare la crescita di un figlio. Occorre continuare ad ascoltare, osservare e rinegoziare.
Sbagliare non significa perdere la relazione
Ci sono genitori che temono che chiedere scusa possa indebolire la propria autorevolezza. È il contrario.
Dire a un figlio “ho sbagliato” significa mostrargli che una relazione può attraversare un errore senza rompersi.
Significa insegnargli che non dobbiamo essere perfetti per volerci bene, che possiamo riconoscere di avere esagerato, che possiamo riparare e provare una strada diversa.
La riparazione è una parte fondamentale delle relazioni, anche nella coppia genitoriale.
Madre e padre possono avere idee diverse, sensibilità differenti, modi opposti di leggere una situazione. Non è necessariamente un problema. Il problema nasce quando il figlio viene coinvolto nel conflitto, chiamato a scegliere, a fare da mediatore o a diventare il luogo nel quale si incontrano e si scontrano le difficoltà degli adulti.
I figli hanno bisogno di genitori che possano essere diversi, non necessariamente identici. Hanno però bisogno che le differenze possano essere pensate e discusse senza consegnare loro una responsabilità che non gli appartiene.
Chiedere aiuto non significa non essere capaci
A volte arrivare da uno psicologo viene vissuto come la dimostrazione di aver fallito.
“Se avessi saputo fare il genitore, non avrei bisogno di aiuto”.
Ma chiedere sostegno non significa consegnare a qualcun altro il compito di dirci come crescere nostro figlio. E non significa nemmeno cercare qualcuno che stabilisca chi ha ragione.
Può significare, molto più semplicemente, avere bisogno di uno spazio nel quale rallentare.
Quando siamo dentro una difficoltà familiare, infatti, è facile vedere soltanto ciò che non funziona. La fatica restringe lo sguardo. Un professionista può aiutare a osservare le relazioni da una posizione diversa, a dare un significato ai comportamenti, a riconoscere risorse che nella quotidianità erano diventate invisibili.
Non offre necessariamente risposte, ma può aiutare a formulare domande migliori.
Ritrovarsi anche fuori dalle parole
Quando genitori e figli sono intrappolati nel conflitto, nelle spiegazioni, nelle richieste e nelle risposte che non arrivano mai, può essere utile trovare un contesto diverso nel quale stare insieme.
La natura non risolve i problemi e un animale non è una terapia in sé. Ma possono creare condizioni differenti: rallentare, osservare, condividere un’esperienza senza dover necessariamente parlare di ciò che non funziona.
Una passeggiata, un’esplorazione, la cura condivisa di un animale possono diventare occasioni nelle quali genitore e figlio si incontrano fuori dai ruoli e dalle aspettative quotidiane.
Un genitore può vedere nel proprio figlio una capacità, una sensibilità o un’autonomia che il conflitto aveva reso invisibile. Un ragazzo può scoprire che l’adulto accanto a lui sa aspettare, ascoltare e lasciargli spazio.
Gli animali, in particolare, ci ricordano qualcosa di essenziale: nella relazione non serve essere perfetti. Serve essere presenti, imparare ad ascoltare i segnali dell’altro, rispettarne i tempi e, quando qualcosa non funziona, provare nuovamente.
Restare nelle domande
Forse essere genitori non significa trovare una risposta definitiva, ma imparare a restare nelle domande.
Chiedersi chi sta diventando nostro figlio, di cosa ha bisogno oggi, quale distanza è necessario modificare, quale regola va mantenuta e quale invece può essere ripensata. E, insieme, chiedersi anche chi stiamo diventando noi dentro quella relazione.
Perché crescere un figlio significa, in qualche modo, continuare a conoscere anche noi stessi.
Non avere immediatamente una risposta non significa essere genitori inadeguati. Può significare essere disponibili a osservare, ascoltare e cercare insieme una strada possibile.
E forse è proprio questa la parte più autentica della genitorialità: non sapere sempre dove andare, ma avere il coraggio di continuare a cercare la strada insieme.






