Il gatto negli interventi assistiti: una realtà ormai assodata
di Francesca Mugnai
La rilevanza mediatica dell’ingresso del mio gatto Pitagora nel reparto di psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’AOU Meyer (vedi, solo per fare qualche esempio, l’articolo uscito su Repubblica e su TgCom24) è una grande soddisfazione. Per la prima volta, un felino entra a far parte del protocollo degli interventi assistiti con gli animali dell’Ircss fiorentino dopo 25 anni di lavoro con i soli cani.
La “prima” è andata molto bene, con ragazzi che son tornati a sorridere grazie alla presenza di Pitagora; una giovane paziente per la prima volta ha accettato di uscire dalla stanza di cui finora non aveva mai voluto varcare la soglia. Una grande soddisfazione, per me e per l’equipe multidisciplinare fatta di medici, infermieri, veterinari e operatori che lavora dietro ogni progetto degli interventi assistiti.
Per me non è stata una sorpresa, ma una conferma di un impegno che, dopo tanti anni di attività, trova spazio anche nei contesti più istituzionali.
Pitagora infatti è ormai un professionista del settore. Collabora con me da anni, sia in setting individuali che di gruppo. Ho constatato tante volte la relazione che si crea con un gatto ha caratteristiche molto specifiche, diverse – non migliori né peggiori, ma diverse – rispetto a quelle con un cane.
E questa differenza, in alcuni contesti clinici, è decisiva.
Perché proprio un gatto
Il gatto non è un cane piccolo: è un altro mondo.
Pitagora, come molti gatti ben socializzati, ha una modalità relazionale meno invasiva. Non cerca il contatto a tutti i costi, non impone la sua presenza, non richiede una risposta immediata. Sta, osserva, si avvicina quando le condizioni sono favorevoli.
Per alcuni pazienti – penso a chi fatica a fidarsi, a chi vive una forte iperattivazione emotiva, a chi ha bisogno di mantenere un maggiore controllo – questo è fondamentale.
Con il gatto si può costruire a piccoli passi.
C’è poi un aspetto molto concreto: non tutti amano i cani. Alcuni ne hanno paura. Alcuni li percepiscono come troppo imprevedibili o invadenti. Il gatto diventa allora una porta d’accesso alternativa, più sostenibile.
Cosa succede davvero in una seduta
Con Pitagora lavoriamo spesso su attività semplici: il gioco con un oggetto, l’osservazione dei suoi movimenti, piccoli gesti di accudimento. Niente di spettacolare, e proprio per questo estremamente efficace.
Il gioco, ad esempio, è uno strumento potentissimo. Non solo perché “diverte”, ma perché abbassa le difese e apre canali comunicativi. Nei gruppi, crea un clima più caldo, più accessibile. Nei setting individuali, permette di esprimere emozioni senza doverle subito verbalizzare.
Il contatto fisico – quando avviene, e non è mai forzato – ha un effetto regolativo molto forte. Accarezzare un gatto che fa le fusa è un’esperienza sensoriale completa: ritmo, calore, suono. Per molti ragazzi è un modo concreto per tornare nel corpo, uscire dal vortice dei pensieri.
Effetti che vanno oltre l’emotivo
Uno degli aspetti più interessanti riguarda l’impatto cognitivo.
Le attività con il gatto stimolano attenzione, memoria, capacità di osservazione. In contesti di fragilità queste funzioni sono spesso compromesse. Il semplice fatto di seguire il movimento di Pitagora, ricordare una sequenza di azioni, aspettare il momento giusto per interagire, diventa già un esercizio.
Sul piano relazionale, poi, il gatto è un facilitatore silenzioso. Non giudica, non interpreta, non chiede spiegazioni. Ma proprio per questo crea uno spazio in cui il paziente può sperimentare modalità diverse di stare in relazione: con l’animale, con il terapeuta, con il gruppo.
Si riduce l’isolamento, si sposta l’attenzione fuori da sé, si costruiscono micro-esperienze di riuscita. E, passo dopo passo, cresce anche l’autostima.
Una nuova dimensione anche per il terapeuta
Il terapeuta col gatto negli IAA si trova in una dimensione di sospensione, di presenza assente. Non perché delega, ma perché il gatto riempie lo spazio clinico. Il terapeuta diventa spettatore, senza scomparire, ma osservando. Il gatto occupa lo spazio clinico con la sua autonomia e costringe anche il terapeuta ad arretrare. In questa sospensione, il paziente si muove in modo più spontaneo e il terapeuta è chiamato a un lavoro introspettivo più fine, osservando in maniera passiva, seppur attivamente percettiva, ciò che avviene.
Un mediatore, non un protagonista
Pitagora non “cura”: è un mediatore.
La sua presenza facilita processi che altrimenti richiederebbero più tempo o incontrerebbero maggiori resistenze. Aiuta a creare agganci, a sostenere la motivazione, a rendere più accessibile il lavoro terapeutico.
Il resto lo fa la relazione clinica, il progetto, l’équipe.
Il gatto ridona il valore della relazione, del contatto, della cura reciproca.
E lui, Pitagora, oggi protagonista assoluto della curiosità di tanti italiani, continua a fare quello che ha sempre fatto: entrare in una stanza, guardarsi intorno, e – con una calma tutta felina – cambiare l’atmosfera senza fare rumore.






