Oltre l’adozione
di Francesca Mugnai
La Rivista Edera mi ha contattata per commentare un’inchiesta sui canili: voleva un parere sui benefici che gli animali portano alle persone, ma anche su quel cortocircuito sempre più frequente tra adozione impulsiva e successivo abbandono. Un tema che, da psicologa impegnata da anni negli interventi assistiti con gli animali e nel lavoro terapeutico in natura, incontro ogni giorno sul campo. E che merita di essere guardato senza retorica, ma con rispetto per tutti gli attori in gioco: persone e animali.
Cosa insegna davvero un cane all’essere umano
Dopo tanti anni di lavoro clinico, la risposta è chiara: il cane insegna presenza e autenticità. Come ho raccontato a Edera, «l’animale non recita un copione, vive nel presente, senza preoccuparsi di passato o futuro, senza aspettative se non i propri bisogni essenziali».
È una lezione antica, quasi dimenticata, in un tempo in cui siamo sempre altrove: proiettati in avanti o incastrati in ciò che è stato. Il cane invece ci riporta ostinatamente nel qui e ora. Ed è proprio questa qualità che rende la relazione con l’animale così preziosa anche per la gestione della malattia, del dolore, della fragilità psicologica.
Non perché “guarisca”, ma perché c’è.
Animali e bisogni emotivi: una relazione di cui avere cura
Negli ultimi anni assistiamo a un aumento delle adozioni e degli acquisti di animali, spesso senza una reale comprensione dei loro bisogni. Questo fenomeno, a ben vedere, racconta molto del nostro tempo e non solo in senso negativo.
L’animale domestico è entrato nel cuore della vita affettiva di molte persone, spesso come risposta a bisogni profondi di compagnia, conforto, stabilità. È un segnale importante: dice che abbiamo ancora bisogno di legami autentici.
Il problema nasce quando l’adozione diventa una reazione immediata a un vuoto. In questi casi il rischio è quello di costruire una relazione sbilanciata, dove all’animale viene chiesto di fare ciò che non gli compete: riempire mancanze, calmare ferite, reggere solitudini che avrebbero bisogno anche di altro.
Lo dico spesso, anche se non sempre piace sentirlo: non possiamo pretendere che un animale diventi la cura dei nostri problemi. Il cane e il gatto vanno trattati e curati nel loro essere cane e gatto.
Umanizzarli, proiettare su di loro ruoli e aspettative che non appartengono alla loro natura, significa non accettare la diversità, non rispettare i tempi e i bisogni dell’altro. E, in fondo, pensare solo a noi stessi.
Il cane come rifugio
In una società in cui le relazioni umane sono sempre più complesse e faticose, il cane spesso diventa un vero e proprio rifugio emotivo.
Nei contesti di fragilità – anziani soli, bambini con bisogni speciali, pazienti malati o psichiatrici – il legame con l’animale può essere davvero una risorsa straordinaria, capace di offrire presenza e accettazione senza giudizio. Ed è qui che gli interventi assistiti con gli animali mostrano tutta la loro forza, se ben strutturati e rispettosi.
Ma attenzione: c’è il rischio che diventi un contenitore di quell’affetto o quella cura che a volte ci mancano, dimenticando che anche gli animali hanno emozioni, limiti e linguaggi propri.
La relazione autentica, come sempre, nasce dal riconoscimento reciproco di questi bisogni. Non dall’uso, ma dall’incontro.
Adozioni impulsive e restituzioni: quando l’amore non basta
Nei canili, gli operatori lo raccontano spesso: molti animali vengono restituiti dopo poche settimane. Dal punto di vista psicologico, il meccanismo è quasi sempre lo stesso.
Si parte da un impulso emotivo fortissimo: «Mi ha guardato e mi ha scelto». È una motivazione sincera, vera, umanissima. Ma se non è accompagnata da una riflessione sulle responsabilità quotidiane, diventa fragile.
Perché poi arriva la realtà. Il cane sporca in casa, abbaia, deve uscire, deve essere lavato e nutrito, si ammala e va curato. Richiede tempo, spese, adattamento. In base a razza e carattere ha bisogno di spazi adeguati. La sua presenza in casa coinvolge tutta la famiglia, ognuno con il proprio ruolo.
Se non si è preparati davvero, subentrano frustrazione e senso di colpa, e la restituzione diventa l’epilogo di un amore nato senza fondamenta.
Il cane fa stare bene, ma non fa miracoli
C’è una frase che ripeto spesso e che ribadisco anche qui: «Il cane fa star bene, ma non è la panacea dei mali».
Non può essere adatto a tutti, in ogni momento della vita. «Aiuta, ma non può guarirci». Può accompagnarci, sì, solo se siamo disposti a prenderci cura anche di lui, non soltanto a essere curati.
Forse, se tornassimo a questo sguardo più sobrio, più antico, più rispettoso, ci sarebbero meno adozioni impulsive, ma anche meno abbandoni. E molte più relazioni vere. Quelle che durano, perché non nascono da un bisogno da colmare, ma da un incontro da custodire.






