Eco-ansia: il disagio emotivo del nostro tempo
di Francesca Mugnai
Eventi climatici estremi, perdita di biodiversità, territori che cambiano volto: i cambiamenti ambientali sono una presenza concreta nelle nostre vite e generano un senso crescente di paura, tristezza e impotenza. Uno dei mali del nostro tempo è l’eco-ansia (eco-anxiety), un fenomeno psicologico che nasce dalla consapevolezza del degrado ambientale e dal timore per il futuro del pianeta.
Non è ancora scientificamente classificata come un disturbo, ma è reale: si manifesta come una preoccupazione costante che può trasformarsi in insonnia, nervosismo, timori e anche difficoltà a pensare in modo lucido sul futuro.
Questa forma di malessere poggia su un rischio reale: il cambiamento climatico quale una minaccia concreta che le persone più sensibili faticano a ignorare o minimizzare. Quando la preoccupazione diventa così intensa da condizionare il benessere psichico e la vita quotidiana, merita attenzione e ascolto.
Le forme del disagio ecologico
Sono numerose le forme di disagio emotivo che nasce dal cambiamento ambientale, nella famiglia delle cosiddette sofferenze “psicoterratiche”.
La solastalgia, per esempio, è il dolore di assistere alla trasformazione del proprio paesaggio senza essersi mai allontanati da casa. Il lutto ecologico è il senso di perdita di fronte alla scomparsa di habitat naturali, specie, foreste o ghiacciai. In alcuni casi la percezione della crisi climatica diventa talmente schiacciante da generare una perdita di speranza che porta a fermarsi, a paralizzarli vittime di una paura incontrollata. Chi è molto impegnato nella tutela dell’ambiente può andare incontro anche a un vero e proprio burnout legato all’attivismo, soprattutto quando fatica a vedere risultati o riconoscimento.
Chi è più vulnerabile
Le persone più colpite non sono necessariamente quelle più fragili dal punto di vista psicologico, ma spesso chi ha sviluppato una forte sensibilità ecologica, un forte senso di responsabilità verso le generazioni future e chi ha analizzato in maniera molto accurata i rischi del cambiamento climatico. Molti giovani sentono di ereditare un mondo compromesso e faticano a immaginare un futuro possibile. Allo stesso modo chi vive in territori già colpiti da incendi, alluvioni o siccità sperimenta un’ansia che nasce da una minaccia reale, non teorica. Anche l’esposizione continua ai media e a notizie catastrofiche accentua l’inquietudine, alimentando una sorta di sottofondo emotivo costante. Si aggiunge l’impatto dello stress ambientale quotidiano: l’inquinamento, il rumore, la perdita di spazi verdi indeboliscono il sistema nervoso e abbassano la soglia di tolleranza emotiva.
Dall’angoscia all’azione
Sul piano terapeutico, i percorsi più efficaci non puntano a eliminare l’ansia, ma a renderla sostenibile e orientarla in modo costruttivo. A passare dall’angoscia all’azione.
Quando le emozioni vengono riconosciute e accolte, possono trasformarsi in spinta creativa e senso di responsabilità.
Il contatto diretto con la natura, praticato non solo come svago, ma come esperienza guidata e aiuta a regolare le emozioni, radicarsi nel presente e ridurre la tensione psicofisica. Di fronte all’eco-ansia, la natura come contesto terapeutico è un terreno particolarmente significativo. L’ambiente naturale non funziona solo da sfondo, ma diventa parte attiva del percorso: camminare in un bosco, sostare accanto all’acqua, lavorare con la terra, instaurare una relazione vera e spontanea con gli animali sono esperienze che riducono l’attivazione del sistema nervoso e favoriscono uno stato di presenza mentale. La natura stimola un rapporto più sano con il limite e con l’incertezza.
Ritrovare l’equilibrio
Affrontare l’eco-ansia significa trovare un equilibrio tra consapevolezza e speranza. Non si tratta di negare il problema, né di lasciarsene travolgere. Ma di fare della propria sensibilità una risorsa preziosa, una forza generativa capace di nutrire cura, responsabilità e immaginazione.







