Quando la cura riguarda un’intera famiglia
di Francesca Mugnai
Ci sono immagini che, nonostante il trascorrere degli anni, continuano ad accompagnarmi, e di cui sento ancora le forti sensazioni di colori e odori
Riguardano una famiglia: una madre seduta accanto al letto del figlio che cerca di sorridere mentre parla con i medici. Un padre che esce dalla stanza per rispondere a una telefonata di lavoro, cercando di mantenere ancora attiva la quotidianità mentre tutto sembra essersi fermato. Una sorellina che aspetta ospite dai nonni da qualche settimana; gli adulti abbiano cambiato espressione.
Al centro della stanza c’è un bambino.
Ma, in realtà, dentro quella stanza ci sono molte più persone. Più generazioni.
È una delle lezioni più importanti che ho imparato durante gli anni trascorsi come psicologa esperta di IAA all’Ospedale Pediatrico Meyer: quando un bambino si ammala, la malattia non riguarda mai soltanto lui.
Entra nella vita dell’intera famiglia. Per sempre, anche quando, nei tanti casi nella maggior parte le situazioni si risolvono
Una diagnosi cambia gli equilibri
La malattia modifica la quotidianità in modi spesso invisibili agli occhi di chi osserva dall’esterno.
Cambiano gli orari, le abitudini, i ruoli. Ci si divide tra ospedale e casa, tra visite mediche e impegni di lavoro. Si rimandano progetti, si ridefiniscono priorità, si impara a convivere con un’incertezza che nessuno aveva scelto. Ci si sospende..
Ma soprattutto cambiano le relazioni.
Ogni componente della famiglia cerca un nuovo equilibrio. I genitori fanno i conti con la paura, con il senso di impotenza e, spesso, con quella domanda che li accompagna quasi ogni giorno: “Sto facendo abbastanza?”
I fratelli possono sentirsi confusi, esclusi, arrabbiati o colpevoli per emozioni che faticano a comprendere. Anche loro attraversano la malattia, seppure in modo diverso.
È per questo che, nel mio lavoro, ho imparato molto presto che non incontro mai soltanto un bambino.
Incontro una rete di relazioni.
Ascoltare una famiglia
Quando pensiamo alla cura immaginiamo facilmente terapie, interventi e trattamenti.
Ma esiste un’altra forma di cura, meno visibile eppure altrettanto importante: è l’ascolto.
Ascoltare una madre che, per la prima volta, trova il coraggio di dire quanto sia stanca.
Accogliere il silenzio di un padre che sente di dover essere forte per tutti.
Dare spazio a un fratello che finalmente può raccontare quanto gli manchi la normalità di prima.
Spesso nessuna di queste persone cerca una soluzione immediata: cerca qualcuno che sia disposto a fermarsi, ad abitare quel momento insieme a loro, senza avere l’urgenza di aggiustare ciò che, in quel momento, non può essere aggiustato.
Come psicologa, è una delle esperienze che considero più preziose. Ed è importante farlo con tutto il corpo, in un’integrazione tra mente e sensazioni emotive.
Perché quando una persona si sente davvero ascoltata, accade qualcosa. Le emozioni trovano finalmente un nome, i pensieri iniziano a organizzarsi, ciò che sembrava insostenibile diventa, poco alla volta, condivisibile.
La relazione non elimina la sofferenza, Ma impedisce che venga vissuta nella solitudine.
Nessuno affronta la malattia da solo
Osservando le famiglie negli anni, mi sono resa conto che il bambino non affronta mai la malattia come individuo isolato. Almeno così non dovrebbe.
Lo si vede nei piccoli gesti: nello sguardo che cerca quello della madre prima di una visita; nella mano del padre che stringe la sua senza bisogno di parole; nel fratello che aspetta con impazienza il momento di poter tornare a giocare insieme.
Le relazioni diventano parte dell’esperienza della malattia.
Ed è proprio in quelle relazioni che il bambino continua a trovare sicurezza, continuità e significato anche quando tutto il resto sembra essere cambiato.
Per questo la cura non può limitarsi al piccolo paziente.
Prendersi cura significa, inevitabilmente, prendersi cura anche del sistema di relazioni che lo sostiene.
La relazione come spazio di cura
Negli anni questa consapevolezza ha orientato profondamente il mio modo di lavorare, anche fuori dall’ospedale.
Che si tratti di un colloquio psicologico, di un intervento assistito con gli animali o di un percorso in natura, continuo a vedere la relazione come il luogo in cui può nascere il cambiamento.
Il dolore non si cancella, ma si può offrire uno spazio sicuro in cui possa essere accolto, pensato e trasformato.
Spesso immaginiamo che aiutare significhi trovare risposte.
La mia esperienza mi ha insegnato che, molte volte, aiutare significa soprattutto restare, essere presenti e ascoltare.
Lasciare che l’altro trovi, con i propri tempi, il modo di attraversare ciò che sta vivendo. In un incontro in cui i vissuti diventano qualcosa di condiviso, nasce un primo atto di terapia.
La cura è un’esperienza condivisa
Ogni persona vive dentro una rete di relazioni che la sostiene, la influenza e, nei momenti più difficili, può diventare la sua risorsa più preziosa.
Per questo credo che la cura non riguardi mai soltanto chi riceve una diagnosi.
Riguarda le persone che restano accanto.
Quelle che imparano a convivere con la paura, con l’incertezza e con la speranza.
E riguarda anche noi professionisti, chiamati ogni giorno a costruire uno spazio di ascolto autentico, in cui nessuno si senta ridotto alla propria sofferenza.
Perché, in fondo, la relazione non è semplicemente uno strumento del lavoro psicologico.
È il luogo in cui, molto spesso, la cura comincia.






